METROVIE

L'APARTHEID DEL SECOLO

MEDIO ORIENTE
ROMANO ALESSANDRO,ITALIA/NAPOLI

« L a solidarietà con il popolo palestinese non deve essere solo umana, ma deve aspirare ad una dimensione politica». Questo è l'augurio espresso da Salah Salah nel dibattito su «La condizione dei profughi palestinesi in Libano» di mercoledì scorso alla Filcams di Napoli. Membro fondatore dell'F.P.L.P. (Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina), dirigente dell'OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina) per i campi profughi, Salah è anche presidente del Centro di Comunicazione Sociale di Beirut «Ajial» (Generazioni), che svolge attività socio-culturali con i giovani palestinesi dei campi profughi libanesi favorendo l'incontro con i coetanei della Cisgiordania e della Striscia di Gaza. Salah è in Italia da giorni e, a dispetto della sua età, ha girato da nord a sud del paese per incontrare associazioni, movimenti e istituzioni. «Molte delegazioni italiane hanno visitato i campi profughi. Mancano infrastrutture scolastiche, mediche e sanitarie. Agli esuli palestinesi non sono riconosciuti i diritti di cittadinanza più elementari», esordisce Salah. Certo siamo lontani dagli anni `60, quando nei campi libanesi c'era la legge marziale e leggere un giornale o ascoltare un notiziario veniva considerata dal governo libanese una «ingerenza politica». «In quegli anni - ricorda Salah- i palestinesi non godevano neanche del diritto di proprietà, ed era vietato persino costruire un soffitto in muratura (ma solo di lamiere o stoffa), o far entrare nei campi materiale edile, anche solo per ristrutturare la propria casa». Nel `69 la «rivoluzione palestinese», la nascita dell'OLP ed il suo forte radicamento in Libano, spinsero il governo di Beirut a riconoscere più diritti ai palestinesi. Ma scatenarono anche la durissima offensiva degli israeliani ed i miliziani libanesi loro alleati fino alla guerra dell'82 ed alla cacciata dell'OLP dal Libano. Quando i fedayin lasciarono il paese fu consumato il massacro dei profughi nei campi di Sabra e Chatila. Il diritto al ritorno dei profughi continua ad essere un elemento centrale ed è per Salah «di natura profondamente politica, ed ha a che fare con l'alleanza tra sionismo, colonialismo e capitalismo». Usa e Israele hanno sempre cercato di affondare la questione proponendo la naturalizzazione dei profughi nei paesi in cui vivono. «Il punto di partenza di un giusto processo di pace sta nelle mai rispettate risoluzioni dell'ONU che sanciscono il diritto al ritorno dei profughi, Gerusalemme est come capitale del futuro stato palestinese e che definiscono i confini tra i due stati - dice - invece Sharon ha posto 14 condizioni per avviare il processo di pace definito nella Road Map, che mortificano le aspirazioni dei palestinesi e fanno carta straccia delle risoluzioni. Non siamo davanti ad una pacificazione politica, ma in un vicolo cieco».

Con l'Intifada di al Aqsa infatti Sharon ha lanciato un'offensiva a tutto campo che non risparmia neanche le case, gli alberi e gli animali palestinesi e che, unitamente alla costruzione del muro dell'apartheid vuole accellerare il processo di «transfer», la cacciata dei palestinesi dal proprio paese. «Anche se siamo lontani dal poter parlare di una 3a generazione di profughi. Continuiamo a resistere per vivere sulla nostra terra. I giovani soprattutto». La cooperazione dunque con tutti i popoli del mondo è oggi elemento sempre più determinante nella definizione di una risoluzione dignitosa della questione. «Noi resisteremo come sempre, ma siamo soli contro uno stato ed un esercito troppo grande per le nostre sole forze. Abbiamo bisogno di alleati, compagni, comitati e progetti di solidarietà. I giovani, in particolare, hanno il bisogno di confrontarsi con i coetanei degli altri paesi per costruire insieme percorsi di pace e giustizia. Ho incontrato i ragazzi di Gaza venuti in Italia per uno scambio culturale con i giovani italiani ed erano entusiasti.» Salah ritiene necessario ugualmente che la società palestinese si riorganizzi con forme più democratiche a partire dall'OLP, l'unica organizzazione che rappresenta la popolazione e le organizzazioni politiche palestinesi, anche quelle dei campi profughi di altri stati. Per Salah «è stato un errore della leadership palestinese svuotare l'OLP dei suoi poteri. Così i profughu sono rimasti più soli».

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