VISIONI

Il cuore jazz dell'Art

ONORI LUIGI,USA/CHICAGO

Ci sono notizie che vorremmo non arrivassero mai; una di queste è la scomparsa improvvisa di Malachi Favors. Il contrabbassista e membro fondatore dell'Art Ensemble of Chicago è morto il 30 gennaio all'Illinois Masonic Hospital di Chicago, per le complicazioni generate da un blocco intestinale. Un Cd pubblicato da poco dal nostro giornale (Reunion) celebrava il ritorno del sassofonista Joseph Jarman nel gruppo chicagoano che dal 1968 mai si è sciolto, nonostante defezioni e morti (quella dolorosissima di Lester Bowie nel 1999). È difficile immaginare che l'organico e i musicisti superstiti potranno fare a meno di Malachi Maghostut Favors: resterà il vuoto irrimediabile della sua morte, resteranno silenziosi il contrabbasso e le mille percussioni; la sua minuta figura dalla faccia dipinta e dai vestiti africani non si aggirerà più sui palchi con le sue movenze danzanti e trasognate. Forse Roscoe Mitchell, Joseph Jarman e Famodou Don Moye cercheranno di andare avanti, comunque, segnati dal lutto ma non sconfitti; forse è troppo presto per dirlo, per pensare qualsiasi cosa.

Le morti che colpiscono l'Art Ensemble ricordano - se è possibile un raffronto - quelle che a suo tempo falcidiarono i Blue Notes, lo straordinario gruppo di jazzisti sudafricani esule in Inghilterra; l'associazione viene spontanea perché in entrambi i casi i legami artistici, umani, sonori ed esistenziali sono così profondi che si può parlare di una famiglia più che di un gruppo musicale, e per questo la lacerazione è ancora più forte, drammatica.

Favors aveva settantasei anni, essendo nato il 22 agosto 1927 a Chicago da una famiglia religiosa: suo padre, pastore protestante, era contrario alla musica profana. Cominciò a suonare il contrabbasso nel 1952 e i suoi modelli furono Charlie Parker e, nello specifico strumentale, Oscar Pettiford e Wilbur Ware. Lasciò le scuole superiori e iniziò la carriera professionale in stile bop, suonando e registrando con il sassofonista Pat Patrick (uno dei pilastri dell'Arkestra di Sun Ra) nei locali del Southside di Chicago, nonchè con Dizzy Gillespie e Freddie Hubbard.

Ben presto il contrabbassista si legò al pianista avanguardista Andrew Hill con il quale incise fin dal 1955. Nel 1961 l'incontro fatale con Roscoe Mitchell (la loro collaborazione non si sarebbe mai interrotta) e con il pianista/compositore Muhal Richard Abrams, autentica eminenza grigia della scena chicagoana. Favors iniziò a suonare con la Experimental Band di Abrams dal 1961, fu nel 1965 tra i fondatori della Association for the Advancement of Creative Musicians (Aacm) ed entrò nel Mitchell Art Ensemble dal `66: da quel nucleo sarebbe nato l'Art Ensemble of Chicago.

Da quel momento la carriera di Malachi Favors ha largamente coinciso con quella del gruppo, attraverso la feconda permanenza in Francia (1969-1971) e seguendo le diverse fasi di vita del collettivo. Favors era un contrabbassista solido, capace di uno swing possente e carnale, dal suono scabro e legnoso. Oltre al contrabbasso (episodicamente ha usato anche il basso elettrico), il musicista chicagoano suonava una serie di strumenti a corda, fiato e percussione tra cui banjo, balafon, campane, gong, armonica, melodica. Con i suoi ancestrali costumi africani, i cappelli, le striature bianche in viso, la presenza sciamanica, Maghostut ha dato il suo sostanziale contributo alla musica dell'Art Ensemble of Chicago, a quella sorta di teatro di note, di epifania sonora che erano - soprattutto negli anni '70 e `80 - i recital del gruppo. Allora - come oggi, in forma attenuata - i concerti si trasformavano in sacre/profane rappresentazioni in cui l'immaginario sonoro afroamericano, e non solo, veniva sviscerato dalla polifonia e poliritmia dei jazzisti di Chicago. Great Black Music e suggestioni contemporanee, musica africana e spiritual, aleatorietà e blues... tutto passava per le quattro corde del contrabbasso di Malachi Favors, incalzante quando c'era da swingare, artimico e raggelato nei passaggi sospesi della musica, inarrestabile nei densi e furenti collettivi free.

Maghostut con la sua figura scenica di alieno africano (ma la sua conoscenza delle musiche del Continente Nero era reale e profonda) era davvero il perno del gruppo, in apparenza estraneo eppure sempre al centro (ma di musica policentrica si può parlare per l'A.E.o.C.) della musica. «Bassista scenografo, architetto di spazi, vettore di tensioni - ha scritto di lui il critico francese Christian Tarting nel Dictionnaire du Jazz, Laffont 1988 - (...) colui sul quale si innestano le esecuzioni individuali e che sa organizzare la dispersione; colui che allo stesso tempo la provoca a dismisura fino all'irreparabile, ricollegandola nei momenti di estrema tensione alla certezza delle sue convinzioni musicali».

Per dar ragione a Tarting basta ascoltare Illistrum, una composizione di Favors, da un album Atlantic del 1974, Fanfare for the Warriors: oltre 9 minuti di fitto intreccio tra voci e percussioni, quasi un vivido tessuto di suoni e ritmi in cui echeggiano i versi recitati da Joseph Jarman e il sassofono basso imbracciato da Roscoe Mitchell. Nonostante la quasi assoluta dedizione all'Art Ensemble of Chicago e alla galassia delle sue formazioni (come gli organici di Lester Bowie e il gruppo gospel From the Root to the Source), il contrabbassista ha inciso e lavorato con altri importanti jazzisti, vicini alla sua poetica sonora: i sassofonisti Archie Shepp, Dewey Redman, Kalaparusha Maurice McIntyre e Jimmy Lyons (a lungo con Cecil Taylor); il già citato Muhal Richard Abrams (W.W., Dedicated to Wilbur Ware; Sightsong, in duo), il batterista Sunny Murray e ancora Ahmed Abdullah, Charles Brackeen, Dennis Gonzales, Kalil El'zabar. Nel 1978 Favors incise un album in solo intitolato Natural and the Spiritual: si è sempre considerato una sorta di messaggero sonoro dello spirito e la sua missione sulla Terra è stata davvero memorabile.

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