CULTURA

Economisti senza scopo di lucro

CAVALLARO LUIGI,ITALIA

Più di trecentomila visite in un anno, oltre due milioni di pagine scaricate con picchi di 45.000 in un solo giorno, una newsletter che conta ormai undicimila iscritti, articoli che vengono ripresi e citati dai principali media - giornali, radio e televisione. Stiamo parlando di un successo a tutto tondo, quello che ha arriso all'iniziativa de lavoce.info: un sito web di informazione economica «senza padroni» (sì, proprio come il manifesto), che vive in grazia del lavoro gratuito di redattori e collaboratori (tutti o quasi professori universitari) e di sottoscrizioni pubbliche che non possono eccedere i cinquemila euro pro capite e che in un anno e mezzo ha saputo occupare uno spazio drammaticamente vuoto - quello appunto di un'informazione economica non banale né immediatamente asservita ad usum delphini, si tratti del padronato o del Palazzo. Un'iniziativa senza precedenti e nella quale all'inizio - racconta adesso Tito Boeri nella prefazione a www.lavoce.info. Un anno di interventi e analisi dell'economia italiana (Laterza, pp. 212, 10), un agile libretto che raccoglie alcuni degli interventi apparsi sul sito fra il luglio 2002 e il luglio 2003 - nemmeno i promotori credevano fino in fondo, al punto da non scommettere sulla sua durata per più di tre mesi: «Temevamo - spiega Boeri - di non riuscire a raccogliere contributi sufficienti ad aggiornare il sito con regolarità», e «come docenti universitari, assorbiti da mille impegni, temevamo di non trovare noi stessi il tempo per accudire il sito». Pure, prosegue Boeri, «eravamo convinti che si dovesse fare qualcosa per arginare la «campagna elettorale permanente»», cioè quel clima di confronto demagogico in cui viviamo ormai da un pezzo e che fa sì che dietro ogni informazione, specie se economica, si agiti il sospetto del cui prodest - un sospetto reso corposo dall'ingombrante e irrisolto conflitto d'interessi che domina l'informazione del nostro paese e che gl'intrecci fra il Governo e i gruppi industriali che detengono la proprietà delle maggiori testate giornalistiche hanno da un anno in qua solo accresciuto.

Sta qui la ragione del successo del sito, che dal 4 luglio 2002 ha pubblicato ormai circa un migliaio di articoli e ha ampliato enormemente la cerchia dei collaboratori, potendo annoverare fra le sue firme financo dei premi Nobel per l'economia. Come emerge nitidamente dalla selezione curata da Boeri (che include fra gli altri un bello e non convenzionale articolo di Robert Solow su «come tornare a crescere»), caratteristica eminente degli articoli de lavoce.info è quella di essere analisi ragionate di «fatti». Si parli di declino economico del nostro Paese, di deflazione e Patto di stabilità, di condoni e gettito fiscale, di immigrazione, previdenza e riforme del mercato del lavoro, il punto di partenza non è mai (o quasi) ciò che ha dichiarato il presidente Tizio o l'intervista che ha rilasciato l'industriale Caio, ma un accadimento economico o normativo, che viene indagato nei suoi nessi interni ed esterni fino a comporsi in una piccola «analisi concreta della situazione concreta», come direbbe il vecchio Lenin (che - scommetterei - si sarebbe iscritto alla newsletter).

Il lettore è così messo in condizione di controllare la base su cui è costruito il ragionamento, seguire quest'ultimo nei suoi svolgimenti e, se non è d'accordo, impugnarlo, contrapponendovi altre sequenze causali; il tutto, però, proprio perché oggetto degli articoli sono dei «fatti» - à la Wittgenstein: rappresentazioni logiche d'un certo sussistere di stati di cose - e non veline di palazzo o di via dell'Astronomia.

Va aggiunto, peraltro, che sul quadro complessivo che del nostro Paese emerge dalla lettura degli articoli selezionati (e sulle analisi svolte in non pochi di questi) potrebbero concordare in buona misura anche i lettori de il manifesto. Per fare solo un esempio, non leggerete in questo libretto che la crisi strutturale in cui versa l'industria italiana va ascritta alla rigidità del mercato del lavoro, né che la moltiplicazione delle figure contrattuali dovuta alla «legge Biagi» serve all'obiettivo di una piena e buona occupazione; leggerete piuttosto di un'industria ingessata da protezioni smisurate, afflitta da una dimensione «familiare» per nulla incentivante alla crescita, riluttante all'innovazione e sempre pronta, invece, a sollecitare pubbliche elargizioni (dalle rottamazioni alla cassa integrazione fino alla decontribuzione prevista dall'ultimo disegno di legge delega sulla riforma previdenziale).

Ancora, leggerete di come condoni e riforme fiscali succedutisi in quest'ultimo torno di tempo abbiano profondamente intaccato il principio della progressività delle imposte e incrinato la compliance fiscale; di come il «buono scuola» non serva alla scuola (pubblica); di come il protezionismo agricolo della Ue agisca come concausa dell'imponente e incontrollabile flusso migratorio dai paesi del Sud del mondo e di come, accanto a quest'ultimo, si sia ormai affermato un altrettanto imponente e incontrollabile flusso di cervelli in uscita dall'Italia, per arginare il quale poca cosa sembra (e molti dubbi genera) il neonato «IIT», l'Istituto italiano di tecnologia istituito con la Finanziaria 2004.

Ma attenzione. Benché si veda che gli articoli sono scritti da chi non ha la preoccupazione immediata di compiacere Tizio o Caio e benché Boeri rivendichi per ciascuno dei redattori il disinteresse per l'uso politico che può esser fatto di ciò che scrive, è sotteso a lavoce.info un cospicuo progetto culturale e, lato sensu, politico.

Non, banalmente, perché nella storia personale di molti dei redattori e collaboratori c'è l'essere o essere stati «consiglieri del Principe», ma perché nell'obiettivo - enunciato nitidamente da Boeri nella prefazione al libretto - di offrire «un'informazione economica seria, che utilizza un metodo scientifico per affrontare problemi concreti» si cela, nemmeno tanto nascosto, il vecchio vizio di considerare l'economics alla stregua di una «scienza», come tale super partes. Non li ho intervistati uno per uno, ma sono sicuro che buona parte dei redattori (e ancor più dei collaboratori) condividerebbe l'opinione del vecchio Maffeo Pantaleoni, per il quale gli economisti erano da dividersi solo in due scuole - quelli che l'economia la capiscono e quelli che non la capiscono. Il dubbio che l'«analisi concreta della situazione concreta» implichi sempre una «presa di partito», per dirla ancora con Lenin, non sembra sfiorarli; ancor meno il sospetto che la presunta «oggettività» delle loro analisi metta capo ad un'ingiustificata restrizione del novero delle alternative possibili allo status quo, e dunque dello spazio della politica. Ma in fondo non c'è da volergliene: questo era il compito non dell'economia politica ma della sua critica - e del penoso stato in cui versa quest'ultima possiamo solo far carico a noi stessi.



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