MONDO

Aziz apre all'Onu

IRAQ
LAI CAMILLA,IRAQ

«Se esiste una soluzione magica, in grado di risolvere tutte le questioni del paese in maniera giusta e razionale, l'Iraq è pronto a collaborare con le Nazioni unite», ha dichiarato ieri a Johannesburg Tareq Aziz, vice primo ministro iracheno, al termine del colloquio con il segretario generale dell'Onu Kofi Annan. Ma solo se le preoccupazioni degli Stati uniti sulla produzione irachena di armi di distruzione di massa sono sincere, e non un pretesto per attaccare il paese e rimuovere Saddam Hussein. «Se gli americani arrivano in missione speciale sono benvenuti. Ma se mandano qualcuno che rimane, come è già successo, sette anni e mezzo senza arrivare a una conclusione, non funzionerà», ha precisato Aziz. Gli ispettori Onu, che hanno lasciato Baghdad nel dicembre del 1998, appena in tempo per evitare i bombardamenti punitivi della coalizione Usa-Gran Bretagna, potrebbero quindi tornare. Non è una novità. Aziz ha ricordato gli inviti già rivolti ad americani e britannici. E anche Annan ha notato che il colloquio di ieri «fa parte del continuo dialogo con le autorità irachene, per arrivare a una soluzione totale». Soluzione magica che dovrebbe comprendere la fine delle sanzioni, dei bombardamenti aerei nel sud e nel nord e soprattutto delle minacce Usa di attaccare il paese e rimuovere Saddam. Insomma, «rispetto della sovranità e dell'integrità dell'Iraq», ha chiarito l'inviato di Baghdad. E ha aggiunto: «Non si può scegliere solo una questione specifica e lasciare da parte tutti gli altri problemi».

Ma gli sforzi diplomatici di Aziz non hanno impressionato gli alleati. Il portavoce della Casa bianca Ari Fleischer ha fatto notare che i funzionari iracheni «non hanno una reputazione di affidabilità: cambiano idea più spesso di quanto Saddam Hussein cambi bunker». Il vice presidente Usa Dick Cheney aveva già detto la settimana scorsa che Saddam costituisce una «minaccia mortale» e il ritorno degli ispettori Onu non dovrebbe essere l'obiettivo principale, magari il «primo passo», secondo Colin Powell, seguito da richieste di cambiamenti ben più sostanziali. Quanto alla sincerità delle preoccupazioni sulla produzione di armi chimiche in Iraq, ci ha pensato Tony Blair a eliminare ogni residuo dubbio, con un aut-aut definitivo: «O il regime di Baghdad muta completamente registro oppure deve cambiare. E' un regime brutale, dittatoriale, malvagio. Una minaccia reale e unica alla sicurezza della regione e del resto del mondo ed è la comunità internazionale, non solo gli Stati uniti, che devono confrontare questo pericolo». Secondo il premier britannico il ritorno degli ispettori del palazzo di vetro deve essere incondizionato. «Devono poter andare ovunque, sempre, senza autorizzazioni. Se gli iracheni rifiutano, dovremmo trovare un altro modo di risolvere la questione».

Solo dall'Europa si sono avute reazioni positive. I ministri degli esteri Ue hanno apprezzato la rinnovata offerta di Aziz e la settimana prossima incontreranno Powell a New York per discutere la bozza di una nuova risoluzione del Consiglio di Sicurezza che autorizzi il ritorno degli ispettori e scongiuri la guerra.

Gli Usa, del resto, ancora non si sono pronunciati sui tempi dell'attacco all'Iraq. Anzi, il vice segretario di stato David Satterfield, in missione a Damasco, ha ribadito che l'amministrazione è ancora in fase di «consultazione e riflessione» e stamane Bush incontrerà i membri del congresso. Fonti diplomatiche europee si aspettano che le intenzioni Usa vengano chiarite nel discorso che George W. Bush terrà all'Onu il 12 settembre. Nel mercato del petrolio, che stando alle previsioni continuerà a scendere a meno che Bush non passi dalle parole ai fatti, si vocifera che non ci sarà nessun attacco prima delle elezioni al Congresso Usa a novembre. E in effetti anche Israele, che teme una controffensiva irachena come già accadde nel 1991 durante la guerra del Golfo -, ha posto il primo novembre come data ultima per completare l'addestramento e la preparazione dei servizi di sicurezza e di emergenza. Batterie anti-missilistiche sono già state posizionate nel deserto del Negev.



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