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Una vigilia di rabbia e timori

LENZI STEFANO,ITALIA/GENOVA

P erché proprio non vorrei esserci a quella celebrazione di Genova a un anno del G8? Perché ho paura delle ricostruzioni di comodo gradite allo stato e non sgradite all'opposizione sociale. Perché ho paura dell'ennesima, scontata condanna della criminalizzazione e della glorificazione dell'estetica del conflitto. Di un'operazione tanto banale quanto non chiarificatrice delle violenze e dell'annullamento dei diritti davvero avvenuti. Ho un groppo in gola che quasi non mi lascia dire parola. Provo, quindi, a scrivere i miei perché. Trovo che sia un po' indecente che il centrosinistra o anche la sinistra antagonista tenti di incassare elettoralmente quella esperienza. Tutti d'amore e d'accordo oggi nel governo di una città come Genova che langue senza nulla di alternativo, in un piattume che nulla ha a che vedere con l'esperienza di crescita civile che ha portato a quei giorni.

Trovo risibile la ricostruzione di comodo che vede l'allora e ancora oggi sindaco Pericu e l'allora presidente della provincia e oggi super assessore comunale Vincenzi, dipinti come i difensori della città ferita. E' pur vero che, obtorto collo, all'ultimo il comune (la provincia un po' prima) hanno garantito l'accoglienza al controvertice, ma visto quello che è successo a Genova si sono guardati bene da chiedere verità e giustizia e di farne un caso nazionale per le gravissime ingiurie subite dalla città a causa di un'occupazione coloniale e violentissima preparata nell'era D'Alema/Amato e offerta su un piatto d'argento a Scajola.

Trovo allucinante che il capo della polizia De Gennaro, con tutti gli altri merli canterini, non siano stati rimossi, su richiesta anche dell'opposizione, dal governo di centro-destra per le evidenti responsabilità nel massacro della Diaz, nella gestione della piazza e dei luoghi di detenzione temporanea e costrizione. E che a farne le spese siano solo i «numeri», gli agenti semplici.

Trovo inconcepibile che, nell'assenza di qualsiasi reazione all'altezza della situazione, il procuratore generale di Genova Meloni, giubilato dalla sua vicinanza della pensione, possa dichiarare bellamente davanti al Csm senza subire conseguenze che sì, esisteva un patto per la sospensione del diritto di difesa nei giorni del G8, stretto tra magistratura, questura e prefettura e che nessuno l'aveva obbligato a firmarlo.

Trovo che sia singolare che il ministro della giustizia Castelli sia ancora al suo posto, senza che nessuno dica nulla, nemmeno coloro che all'opposizione avevano chiesto l'inchiesta sui fatti di Genova, quando è accertato che abbia fatto una visita al lager di Bolzaneto quando nelle celle comuni erano in corso le torture. Io non credo che si sia limitato a passare in rassegna le forze dell'ordine, mentre nei cortili e nelle celle comuni c'era gente che veniva vessata, torturata. Come trovo incredibile che l'uomo della giustizia, che sapeva della sospensione dei diritti, dopo un morto non abbia chiesto garanzie per i cittadini, in questo sostenuto dal vicepresidente del consiglio Fini.

Trovo sorprendente che ci sia dimenticati di quel filone di veline dei servizi segreti, allenamenti alla guerriglia delle forze dell'ordine, incursioni delle polizie europee e delle agenzie statunitensi, ordini di servizio armi alla mano e di bombe reali e presunte, che hanno avvelenato per mesi (attraversando i governi D'Alema-Amato-Berlusconi) il clima del paese.

Trovo sia doloroso che i vari soggetti che hanno composto il movimento non abbiano sino ad oggi contribuito a fare davvero luce su quelle dinamiche bestiali che hanno portato infiltrati, presunti black bloc, neonazi, teppisti di professione o per diletto e uomini in divisa e in borghese a tentare di cancellare e di sgomberare il campo da una delle più articolate e massicce mobilitazioni di massa che questo paese ha visto negli ultimi 10 anni.

Trovo che sia particolare questa tentazione a una ricostruzione parziale e di comodo in cui ogni responsabilità va al clima repressivo e nessuna o poca agli errori del/i movimenti, mentre non si cerca nei propri cervelli e nei propri cuori quanti e quali siano stati gli errori.

Trovo che sia inspiegabile che gli avvocati del Glf siano stati lasciati soli a gestire legalmente e politicamente una vicenda che se non sarà ricostruita correttamente nei tribunali e fuori da questi, non contribuirà nemmeno alla evoluzione di un paese che si sta progressivamente imbarbarendo.

Trovo che bisogna essere grati/e quasi e esclusivamente ai genitori di Carlo, ai suoi amici e alle sue amiche, se è stato evitato il rischio di trasformare quel ragazzo nell'uomo di marmo di cui alcuni avrebbero avuto bisogno.

Trovo pazzesca la riproposizione all'alba del XXI secolo delle logiche di egemonia e di potenza che hanno portato le cosiddette avanguardie a soffocare, ieri come oggi, le differenze e a liquidare le esperienze plurali.

Trovo sconcertante che ancora oggi in Italia nessuno sia stato capace di far sorgere, e diffondere un ampio movimento non violento di disobbedienza civile che metta seriamente in discussione, spiazzandolo, l'apparato repressivo istituzionale e proponga forme di azione diverse dalla sfilata del Quarto Stato e delle falangi dei servizi d'ordine.

Trovo sconfortante pensare al reducismo di chi, anche tra noi, non sa misurare e prendere distanza da una realtà peculiare di cui rimarranno solo le ricostruzioni di comodo o brandelli di immagini per le varie oleografie.

Trovo agghiacciante la superficialità del marketing mediatico che ritorna sull'argomento alla vigilia delle celebrazioni, trattando «un anno dopo il G8» come cronaca. Come se quelle vicende, con tutti i loro inganni, non si fossero vissute insieme quei giorni, arrivando molto vicini a leggere, a interpretare, a narrare le varie facce della verità. Molto si sa già, basterebbe ricordarlo. Abbiamo ancora negli occhi quelle barriere che hanno ghettizzato la città, nelle orecchie il suono, da guerra vietnamita, delle pale degli elicotteri e nei polmoni il veleno dei lacrimogeni.

E' un veleno che non deve ottenebrare le menti. C'è bisogno di lucidità, per quanto sia doloroso, altrimenti saremo di nuovo sconfitti. E' questo il mio timore, è questa la mia distanza: non è prudenza. Spero solo di superare queste mie paure ancora con voi, altrimenti sarà stato tutto inutile.

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