Elezioni disperate

EDOARDA MASI

Elezioni disperate
Ma se vincesse il Polo? Il bipartitismo anglosassone è in crisi, ed è proprio quella crisi che abbiamo importato. Ma senza sapere costruire una vera alternativa al neoliberismo EDOARDA MASI


Cari Pietro Ingrao e Rossana Rossanda, rispondo all'invito per una vera discussione sulla vostra Lettera agli astensionisti pubblicata su il manifesto. Premetto che sono d'accordo quasi del tutto sull'aspetto, per così dire, operativo della vostra esortazione: votare per Rifondazione comunista al proporzionale (la voterò in ogni caso, senza stare a fare altri calcoli: è qui la sola differenza dalla vostra impostazione).
Sono fra quelli che per lunghi anni (dai fatti d'Ungheria del '56) non hanno più votato per il partito comunista: al fine di rendere visibile la critica. (Forse ho avuto torto in quella eccessiva rigidezza. Non davo troppa importanza a voto più voto meno, perché ero consapevole che, in regime di sovranità limitata, quel partito non sarebbe comunque mai andato al governo; al massimo poteva ottenere - finché durassero la democrazia parlamentare all'interno, e nel mondo di dominio bipolare - l'esercizio di fatto di una quota di potere, se sostenuto da un numero rilevante di cittadini e finché avesse rappresentato all'opposizione gli interessi di classe incompatibili col dominio del capitale e dei suoi gestori all'interno e dall'estero). Ma allora la sconfitta elettorale non equivaleva alla messa a rischio dei fondamenti della nostra repubblica. Infatti quel partito, pur con tutti i suoi gravi torti ed errori, non era mai arrivato a spianare la strada e ad aprire tutte le porte al ritorno di un regime clerical-parafascista, anticipandone i contenuti di politica economica e sociale, interna, estera, culturale. Come invece hanno fatto, e continuano a fare ancora in questi ultimi giorni, quelli che - rifiutandone l'eredità storica - si sono però insediati al suo posto, nel senso letterale e in quello metaforico. Anche l'elettorato del Pci considerano un'eredità acquisita non si sa su quale base: se uno votava per il Pci presumibilmente lo accettava come rappresentante di determinati interessi e ne condivideva i fini dichiarati, i contenuti socialisti quanto meno proclamati. Mentre gli esponenti del raggruppamento politico che ha assunto il nome di Ds (vuoto di significato, credo deliberatamente) hanno fatto comprendere in ogni modo, con parole e fatti, di non avere nulla a che fare col comunismo né col socialismo, e poco anche con la cosiddetta democrazia borghese, sul piano della teoria e della prassi politica.
In realtà il Pci non era "riformabile" (la protesta interna non è stata sufficiente, dal dopoguerra in poi, a indurlo a rappresentare fino in fondo gli interessi delle classi subalterne). Da lungo tempo aveva imboccato una strada che lo avrebbe perduto. In alcuni periodi la sua esistenza è stata utile, poi via via sempre più dannosa alla causa popolare. Ma la deriva era inevitabile (dati i contenuti di fondo della sua politica), e gli eventi internazionali lo coinvolsero in una catastrofe già consumata.
Perciò, mentre sono pienamente solidale con voi per i motivi che vi hanno indotto a scrivere la Lettera (la gravissima preoccupazione per il disastro in corso), non sono però d'accordo con le argomentazioni che portate per convincere il pubblico a votare. Quelle argomentazioni girano tutte intorno ai comportamenti prevedibili o non di partiti e dirigenti, ai reciproci rapporti, ecc. Si tratta di un repertorio che interessa solo chi si trova negli ambienti politici (in senso stretto e limitato parlamentar-romano) oppure i funzionari e gli attivisti dei partiti. Che ricorriate ad esse sembra rivelare una presistenza in alcuni vecchi pregiudizi - che erano già tali quando esistevano grandi organizzazioni di riferimento; figuriamoci ora, quando non ne esiste più neppure l'ombra: e cioè, porre al centro dell'attenzione le sfere del grande o piccolo potere, anche quando si tratta di comprendere le ragioni che muovono chi si trova fuori di quelle sfere - in questo caso, gli elettori e le loro motivazioni.
Vorrei poi, non tanto per me quanto per i lettori in gran parte viziati dal regime dei compromessi, che fosse più esplicita la vostra posizione quando criticate il sogno "di alcuni padri della patria", di un "capitale moderno e intelligente e democratico". A vostro parere, un simile capitale (in altre condizioni politiche) potrebbe esistere oggi? E quale senso residuo si può attribuire ai termini "moderno" e "democratico" - un tipo di discorso che, insieme a molto altro, gli eventi hanno ormai travolto, non solo in Africa o in Messico o in Indonesia ma anche qui fra noi? (Travolto assai più, a mio giudizio, di quanto non lo sia il discorso sul comunismo - nonostante le mode correnti).
Fra gli "astensionisti" che non facciano parte di certi limitati circuiti, e cioè fra la maggioranza di loro nessuno si cura di quelle vostre ipotesi. Quelli che non votano (non mi riferisco ovviamente a quanti non hanno mai votato, per cinismo stupidità o scetticismo) e anche quelli come me, che infine andranno a votare solo per "salvarsi l'anima" (che non è poi una buona ragione) sono in preda alla disperazione. Che non viene, sia ben chiaro, dal fatto che un nemico pericoloso e ripugnante sta per prendere tutto il potere. Ho vissuto l'occupazione tedesca in età già consapevole: il nemico al potere era spaventoso, eppure in nessuno di noi c'era ombra di disperazione. Pur nelle differenze, e in Italia nella molta confusione, agivamo uniti per un fine e con una speranza comune. Il motivo profondo della disperazione di oggi sta nel fatto che non è comparso finora in Italia il minimo barlume di proposta politica seria e coerente (capace di organizzare resistenza e lotta) fondata su una visione strategica alternativa non solo alle "politiche neoliberiste" ma al dominio del capitale quale si manifesta oggi in ogni sua forma. Questo, nonostante che esistano biblioteche intere di studi in merito e nonostante un iniziale agitarsi della coscienza popolare, che già si manifesta in mille modi.
In queste condizioni, vedere due fra i compagni più profondamente stimati che, per persuadere il pubblico, vanno a impelagarsi in disquisizioni sui comportamenti delle varie "forze politiche" è scoraggiante. Molto meglio sarebbe, a mio parere, riconoscere quello che tutti sanno: il tentativo di importare a forza in Italia il modello del bipartitismo nella versione Usa (nella versione inglese aveva almeno alle origini carattere di classe) avviene mentre nel suo stesso paese è entrato in una crisi forse irreversibile. In ogni caso, è manifestazione dell'incapacità degli interessi in contrasto di trovare adeguata autorappresentazione, e quindi rappresentanza politica. (Donde la creazione artificiale di due blocchi composti di elementi eterogenei, difficili da tenere insieme e di infimo livello). Il solo invito ragionevole da fare all'elettorato antifascista (purtroppo non più di tanto si può pretendere) è che una vittoria a tutto campo del "polo" accorcerebbe i tempi residui (comunque scarsi) per una comunicazione libera in vista delle nuove aggregazioni che la parte oppressa della società non può non produrre.

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