"Uno Stato croato in Bosnia"

GIACOMO SCOTTI

"Uno Stato croato in Bosnia"
Manifestazioni contro la Nato. E a Spalato blocco della base Sfor
La protesta di nazionalisti croato-bosniaci a Busovaca, contro la Nato che frena la loro secessione dallo stato bosniaco (foto ap) GIACOMO SCOTTI

Nei territori a maggioranza croata della Bosnia-Erzegovina c'è la calma che precede la tempesta. Nuova benzina sul fuoco è stata gettata dal capo della secessione croata Ante Jelavic, che in una celebrazione per il nono anniversario della costituzione dell'Hvo (l'esercito croato-bosniaco) ha dichiarato: "Andremo fino in fondo". Ossia, non basta più il para-governo separatista da lui stesso fondato all'inizio di marzo col nome di "Autorità autonoma dei Territori croati". Bensì, l'amministrazione del governo croato "si costituirà in tutti i suoi settori; il popolo croato è deciso a costituirsi in libero Stato quale terza entità nell'ambito della Bosnia-Erzegovina".
Secondo Jelavic, i croati bosniaco-erzegovesi intendono stare "alla pari dei serbi che hanno il loro stato", la Republika Srpska, e ricostituiranno perciò la propria "Repubblica croata di Erzeg-Bosnia". Il suo obiettivo esplicito (dichiarando guerra agli accordi di Dayton) è uno Stato croato etnicamente "pulito" nel quadro di una Bosnia - come lui stesso ha dichiarato - suddivisa in cantoni etnici ovvero in tre Stati nazionali. Dunque, serbi, croati e musulmani separati, e "non accetteremo alcuna soluzione che ci dia meno di questo", ha detto Jelavic.
Da Mostar una delegazione dei separatisti croati ha raggiunto Gorica, sul confine con la Croazia, dove sono state deposte corone sulla tomba di Mate Boban, che fu il primo presidente della "Repubblica croata di Erzeg-Bosnia", l'uomo che accese il sanguinoso scontro con i Musulmani nel corso della guerra, dando inizio a una catena infinita di stragi.
La Croazia, dove dal '92 in poi si sono riversati circa trecentomila croati della Bosnia-Erzegovina, dopo la pulizia etnica che ha cacciato dal paese almeno quattrocentomila serbi, è diventata ostaggio di questi immigrati che godono della doppia cittadinanza. Fra essi si distinguono gli oriundi erzegovesi, che annoverano generali e ufficiali nell'esercito croato, e altri grossi papaveri nella polizia, nell'amministrazione dello Stato - un'eredità di Tujman. Non a caso sono in maggioranza erzegovesi coloro i quali si mobilitano contro il governo di centrosinistra di Zagabria, o a sostegno di esponenti della criminalità organizzata con in tasca la tessera di reduci della "guerra patriottica", o di alti gerarchi arrestati come sospetti criminali di guerra: animano i blocchi stradali, i comizi "patriottici" e altre manifestazioni con tanto di gagliardetti e simboli ustascia.
La stessa cosa è accaduta ieri in Dalmazia, dove, rispondendo all'appello del "duce dei croati" della Bosnia-Erzegovina Ante Jelavic, diverse migliaia di aderenti ai "Comitati per la difesa della dignità della guerra patriottica" sono affluiti verso mezzogiorno a Spalato da dove hanno raggiunto la vicina località di Divulje per bloccare una caserma dell'esercito croato e la base logistica dello Sfor per il settore meridionale della Bosnia-Erzegovina a Kasteli/Castelli a nord del capoluogo dalmata.
Con questa provocatoria azione di forza che nei prossimi giorni - come è stato annunciato - sarà estesa anche al porto di Ploce e ai valichi internazionali lungo il confine fra Croazia e Bosnia-Erzegovina - i neofascisti croati hanno inteso "solidarizzare con la rivolta" dei croati in Erzegovina, tentando di accendere la miccia di una nuova guerra. Il pretesto è l'operazione anti-mafia intrapresa dalla comunità internazionale contro i secessionisti in Bosnia-Erzegovina. Uno degli obiettivi dell'operazione Sfor, come è noto, è stata la Banca erzegovese con le sue filiali periferiche implicate in operazioni finanziarie illegali, e occupate attualmente dalle forze Sfor.
Per i golpisti neoustascia croati in Croazia, le recenti turbolenze avvenute a Mostar e altrove oltre confine, e precisamente nell'Erzegovina e nella Posavina bosniaca, sono state un'occasione d'oro. Esprimendo nei discorsi a Spalato la solidarietà con i croati bosniaco-erzegovesi "oppressi dalle forze internazionali", essi hanno ripetuto anche slogan, peraltro scritti su cartelloni, come questo: "Fascisti, go home". Immaginatevi il significato di fascismo in bocca a individui che militano in associazioni note a tutti in Croazia come neonaziste. I neoustascia di Croazia, dando una mano ai "fratelli" di Bosnia, puntano a seminare disordine, a creare le occasioni per attizzare il fuoco della secessione, della disgregazione della Bosnia-Erzegovina e della stessa società civile in Croazia.
Coloro che hanno preso la parola per aizzare i manifestanti da Divulje a Kasteli sono i medesimi che un mese fa urlavano "Tutti noi siamo Mirko Norac", per impedire l'arresto del criminale di guerra ora in attesa di processo nel carcere di Fiume. Dietro di loro, al riparo, stanno i massimi dirigenti del partito Hdz e dell'estrema destra, che si agita in vista delle elezioni amministrative del prossimo maggio in Croazia. Ma ci sono anche i camerati accadizetini di Mostar, che cercano di esportare in Croazia la loro "rivoluzione nera" secessionista e isolazionista. A differenza dei blocchi stradali dello scorso anno alla vigilia della stagione turistica, delle "marce su Zagabria" e Spalato dell'inizio di quest'anno, e delle barricate sulle strade della Lika "in onore del generale Norac", stavolta i neoustascia croati importano i metodi dei camerati erzegovesi, e il gioco si fa più pericoloso: i blocchi della caserma a Divulje e della base Sfor a Kasteli coinvolgono le forze armate internazionali e la comunità internazionale. Sintomatica è la frase pronunciata da uno degli oratori ustascia ieri: "Se un nervoso soldato olandese dovesse ....".

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