Vita e opere di un signore della guerra

GIACOMO SCOTTI

Vita e opere di un signore della guerra
Dall'ombra dell'apparato al nazionalismo panserbo. Milosevic, una costellazione di sanguinose tragedie
GIACOMO SCOTTI


" Preferisco essere ucciso, ma non mi arrendo". Con questa frase, da scenario alla Ceausescu, l'ex presidente jugoslavo Slobodan Milosevic pretende di entrare nella storia, concludendo nel sangue la sua vita. Una vita che negli ultimi dodici e più anni è stata contrassegnata da una serie di sanguinose e disastrose guerre provocate da lui e da altri nazionalisti come lui nell'ex Jugoslavia, da coloro che, distruggendo la Jugoslavia costruita da Tito, volevano creare sulle sue ceneri "Grande Serbia", "Grande Croazia" e "Grande Bosnia". Chi è Milosevic, definito "il fratello gemello" di Franjo Tudjman? E perché subisce in maniera così forte il richiamo del sangue e della morte? Nel libro I signori della guerra - La tragedia dell'ex Jugoslavia che parla di Milosevic, Tudjman e Izetbegovic, curato dal caro amico Predrag Matvejevic, sta scritto che il padre di Slobo, un teologo ortodosso, si suicidò con un colpo di pistola molti anni prima che suo figlio diventasse l'uomo forte, il vozd della Serbia; la madre di Slobo mise fine ai suoi giorni impiccandosi; la medesima fine si diede uno dei suoi zii. Con queste tragedie alle spalle, Milosevic, con gli anni, divenne un duro e astuto.
Vissuto per circa 40 anni nell'ombra dell'"apparato" del partito, il burocrate che aveva studiato economia negli Stati uniti è stato poi un semidio osannato e odiato nei due decenni successivi, a cominciare da quando, dopo aver infranto l'unità della Lega dei comunisti jugoslavi, intraprese una violenta campagna per oscurare e infangare l'opera "antiserba" di Tito, ponendosi alla testa di un movimento nazionalista panserbo che lo portò nel 1990 ad essere eletto presidente della Serbia a larghissima maggioranza. Da allora la sua marcia verso il vertice della nuova Jugoslavia non si arrestò più, sostenuto anche da una serie di passi politici che portarono dapprima all'annullamento delle autonomie delle regioni plurietniche della Vojvodina e del Kosovo, poi alla ricostruzione della Costituzione in chiave di egemonia panserba, infine alle disastrose guerre in Croazia, in Bosnia-Erzegovina e nel Kosovo, in quest'ultima regione per la repressione di una guerriglia che, strumentalizzata dagli interessi occidentali, ha permesso alla Nato di aggredire Serbia, Montenegro e Kosovo.
Il partito. Nel periodo in cui diresse l'organizzazione del partito comunista a Belgrado prima e poi in Serbia, Milosevic si manifestò un dogmatico duro, antigorbacioviano, spietato, sostenuto da una gerarchia militar-poliziesca. Da presidente del partito serbo passò a presidente della Serbia soprattutto con l'aiuto dei rappresentanti del Kosovo e della Vojvodina nel comitato centrale, da lui eliminati dopo l'elezione. Non furono le uniche vittime del repulisti politico miloseviciano. Slobo fa piazza pulita degli avversari nel nome della "dignità e sovranità" del popolo serbo, si pone alla testa dei nazionalisti e questi, guidati dallo scrittore e accademico Dobrica Cosic (altra vittima, in un secondo tempo), ne fanno un eroe e, col Memorandum dell'Accademia delle arti e scienze serba del 1986, gettano le basi della disgregazione della Jugoslavia e quelle del regime miloseviciano. Milosevic dice che spezzerà la schiena ai secessionisti kosovari albanesi e si conquista così anche l'appoggio della chiesa ortodossa.
Inizio del 1987, Kosovo Polje. Milosevic dà inizio alla persecuzione anti-albanese nel Kosovo. Da quel momento e fino al 1989 organizza centinaia di "marce e comizi della verità" in Serbia, in Montenegro, in Kosovo e Vojvodina (cerca di marciare pure sulla Slovenia e Croazia, ma i suoi treni vengono bloccati ai confini amministrativi), cacciando con metodi "rivoluzionari" dalle loro cariche tutti i "vecchi" dirigenti, sostituiti dai suoi uomini. I quali, a livello di Presidenza della Jugoslavia, cercano di imporre l'egemonia serba, provocando invece dapprima la paralisi dello Stato e del governo federale e poi la disgregazione della Federazione.
Estate 1990. Milosevic crea il Partito socialista della Serbia riunendo i brandelli nazionalistici della vecchia Lega dei comunisti. Nel dicembre dello stesso anno, con le prime "libere elezioni", conquista la leadership del governo e la presidenza della Repubblica. Nell'estate del 1991 l'esercito federale, che di lì a poco si ridurrà ad esercito serbo, sarò impegnato nella guerra delle "dogane" in Slovenia. Ritiratosi dalla Slovenia in Croazia dopo poche settimane, quello stesso esercito che ormai non ha più i connotati della multietnicità di comando dell'Armja, diventa strumento della guerra che per quattro anni devasterà il paese, estendendosi quindi alla Bosnia-Erzegovina.
Le guerre. Il resto è storia recente, abbastanza nota. Spaventati dal terrorismo di Milosevic, aizzati dai loro nuovi leader politici altrettanto nazionalisti ed appoggiati dalla chiesa cattolica, si staccano dalla Jugoslavia proclamandosi indipendenti su base etnica i popoli di Slovenia e Croazia. A ruota dichiarano l'indipendenza la Bosnia-Erzegovina e la Macedonia. Si esce dal socialismo reale nel modo peggiore, con la guerra civile. Una guerra nel corso della quale, anche per il rientro nel paese dei vecchi arnesi cetnici e ustascia, insieme a migliaia di criminali comuni, si rafforzano ovunque i movimenti di estrema destra. Soprattutto in Croazia. Dalla guerra civile si salva solo la Macedonia, la mattanza è particolarmente feroce in Croazia, Bosnia ed Erzegovina, ed anche in questi casi è Milosevic a muovere i fili, avendo come esecutori dei suoi piani per una "Grande Serbia" il poeta-psichiatra Radovan Karadzic ed altri che, a differenza di lui, sono scomparsi nelle tenebre dell'oblio. Poi Milosevic diventa beniamino dell'Occidente con la pace di Dayton in Bosnia Erzegovina.
L'ultimo atto comincia con la cessione del Kosovo alla Nato con la pace di Kumanovo, dopo 78 giorni di bombardamenti dell'Alleanza: è l'inizio della fine politica di Milosevic, che si compie con le elezioni politiche dello scorso anno e la vittoria di Kostunica. E questo non per i crimini di guerra imputatigli da Carla del Ponte in nome del Tribunale internazionale dell'Aja, ma perché l'opinione pubblica - già umiliata per la perdita del Kosovo - è venuta a conoscenza dei favolosi arricchimenti del "capo", della sua famiglia (una moglie ambiziosa che ha cercato di imitare il marito anche nel ruolo di leader, dello Jul nel suo caso, e due figli), dei suoi satrapi e stretti collaboratori. La magistratura serba ha spiccato contro Milosevic un mandato di cattura per abuso di potere e reati di natura finanziaria. "In qualità di presidente della Serbia e della Jugoslavia - recita l'atto di accusa - nel periodo dal maggio 1997 fino all'ottobre 2000, con l'intento di provocare il crollo della bilancia dei pagamenti del Paese, Milosevic e la sua banda hanno sottratto allo Stato circa due miliardi di dinari e 200 milioni di marchi tedeschi". Il mitico Slobo finisce così la sua carriera. Come un ladro.

Supporta il manifesto e l'informazione indipendente

Il manifesto, nato come rivista nel 1969, è sinonimo di testata libera, indipendente e tagliente.
Logo archivio storico del manifesto
L'archivio storico del manifesto è un progetto del manifesto pubblicato gratis su Internet e aperto a tutti.
Vai al manifesto.it