La Bosnia dimenticata

GIACOMO SCOTTI

La Bosnia dimenticata
GIACOMO SCOTTI

C' è una zona d'ombra in Bosnia, ed è quella sua parte chiamata Repubblica Serba ed abitata quasi esclusivamente da serbi. Zona d'ombra perché pochissimo visitata da giornalisti stranieri ed anche perché economicamente la più disastrata. La situazione in questa entità bosniaca voluta e creata dal poeta Radovan Kradzic ora ricercato come criminale di guerra e che pare si aggiri dalle parti di Belgrado, è particolarmente tempestosa in questo scorcio di agosto e lo sarà sempre più, temiamo, via via che si avvicinerà il 15 novembre, data fissata per le elezioni politiche nell'intero paese.
A differenza di quanto avviene nelle regioni musulmane della Federazione croato-bosgnacca, dove il monopolio del partito nazional-religioso di Izetbegovic si è sgretolato sotto la spinta della socialdemocrazia, nella Repubblica Serba si è verificata una diversificazione fra i partiti con segno negativo. Come dimostra questo episodio: nel nord della Bosnia, presso Bijelina, si assiste a un'escalation di violenze fra ex profughi musulmani e serbi. I primi sono tornati dagli altri territori bosniaci e dalla Croazia dove s'erano rifugiati dopo la fuga dai territori serbi; i secondi, ancor sempre profughi, fuggirono cinque-sei anni fa dai territori della Federazione croato-bosgnacca nei quali, almeno per ora, non intendono ritornare. I profughi serbi che trovarono una sistemazione nelle case dei musulmani fuggiti, non intendono sloggiare, e quotidianamente inscenano manifestazioni; a loro volta i musulmani reduci, non riuscendo ad entrare nelle proprie case, attendono impauriti in alloggi di fortuna, per lo più baracche.
I serbi che protestano e manifestano sono in realtà una massa politicamente strumentalizzata dagli estremisti nazionalisti che li guidano in azioni "punitive" contro i musulmani. Finora negli scontri, che hanno causato diversi feriti, i profughi serbi di Bijelina, grazie al mancato intervento della polizia, hanno potuto scatenarsi impunemente, demolendo e incendiando una trentina di case musulmane, le poche in cui i reduci erano riusciti a mettere piede. L'odio etnico si è così riacceso e l'intero processo appena avviato del rientro dei profughi nei territori di origine, almeno in questa parte della Bosnia, è tornato al punto di partenza.
Altre dimostrazioni sono avvenute a Brcko, la città che dà il nome al corridoio che unisce le regioni occidentali e orientali della Repubblica Serba bosniaca e questa entità alla Serbia. Come è noto, essendo conteso dalle due entità in cui è divisa la Bosnia, Brcko è stato proclamato "Distretto" autonomo dall'amministrazione Onu; ma è pur sempre serbo e le forze politiche che vi operano gareggiano, purtroppo, in "patriottismo" a difesa della "purezza" etnica serba della regione. Una regione, peraltro, divenuta il paradiso dei contrabbandieri che - musulmani, serbi e croati - vanno d'accordo a meraviglia. Qui, per fortuna le manifestazioni non hanno portato a scontri fisici né a distruzioni, grazie al pronto intervento della polizia internazionale.
A questo punto va detto che le proteste dei profughi serbi, sia a Bijelina che a Brcko sono rivolte anche contro i partiti, accusati di aver trascurato i problemi delle vittime della guerra. In sostanza si chiede la costruzione di quartieri residenziali per dare un alloggio permanente ai profughi serbi che vivono da oltre un lustro nelle due città in condizioni precarie. In tal modo verrebbero rese libere le case dei musulmani ora occupate, facilitandone il rientro. In altre parole, i profughi bosniaci serbi ospiti a Brcko dicono "basta" alla guerra fra le vittime della guerra, guerra che i partiti ultranazionalisti hanno fomentato fino a ieri. Ora, invece, sul piano più vasto, fatta eccezione per alcune realtà locali come quella di Bijelina, le stesse autorità serbe pare abbiano imboccato la via che porta alla riconciliazione con le etnie non serbe e, quindi, al rientro dei profughi musulmani e croati nella Repubblica Serba. Le cose, tuttavia, e non solo per gli incidenti di Bijelina, vanno troppo a rilento. I bosniaci croati che hanno potuto tornare dalla Croazia nell'area di Banja Luka e Derventa, per esempio, sono poche centinaia, mentre avrebbero dovuto essere almeno duemila soltanto nell'estate di quest'anno, secondo un programma firmato qualche mese fa fra autorità di Zagabria e dell'entità serba della Bosnia.
Nel quadro della situazione generale nella Repubblica Serba è comunque positivo questo nuovo dato: i partiti politici serbi non negano più il diritto dei profughi non serbi a ritornare nel territorio di questa entità: insistendo, tuttavia, sulla necessità di mantenere al più alto livello possibile la maggioranza etnica serba, cercano il modo di trattenere sul territorio i profughi serbi venuti dalle altre regioni. Se proprio devono sloggiare dalle case musulmane e croate, si costruiscano per essi case nuove. In una Repubblica Serba economicamente a terra la cosa non è facile e la soluzione viene rinviata alla calende greche. Ma la battaglia politica fondata sulle promesse (anche sull'odio quando a condurla sono gli estremisti) serve soltanto a raccogliere voti. Le dimostrazioni di Bijelina e Brcko sono servite a potenziare il problema dei profughi divenuto centrale ed a richiamare l'attenzione della comunità internazionale alla quale si chiedono finanziamenti per la costruzione delle case. Nel "District" di Brcko l'Onu ha fatto solo i primi passi: recentemente è stato inaugurato un nuovo quartiere residenziale per i serbi che hanno lasciato le abitazioni dei musulmani e dei croati; nel corso della cerimonia inaugurale è stato detto che l'opera edilizia continuerà.
Si diceva: i fatti di Bijelina e di Brcko vanno visti anche nel contesto della battaglia elettorale. Nella Repubblica Serba i nazionalisti moderati raccolti intorno alla Coalizione "Sloga", concordi con l'attuale premier Molorad Dodik, accusano i due partiti di opposizione - il Partito democratico serbo di destra (Sds) e il Partito radicale serbo di estrema destra - di aver fomentato i sanguinosi scontri di Bijelina. Loro rispondono che gli scontri sono avvenuti in seguito alla politica sbagliata del governo nel risolvere il problema dei profughi, cercando cioè di sloggiare i serbi dalle case musulmane e croate prima di avergli garantito una nuova casa. Qui il serpente si morde la coda e si entra in un circolo vizioso. Ma la battaglia elettorale potrebbe essere vivacizzata dalla presenza di un partito "estraneo", quello socialdemocratico musulmano che ha deciso di operare anche nella Repubblica Serba. Se glielo permetteranno. Le elezioni di novembre dovrebbero segnare la resa dei conti finale fra le due opzioni nazionali serbe: quella dei moderati di Dodik e quella della destra guidata dal rinnovato Sds (i radicali neofascisti sono qui una forza marginale). Le previsioni danno per inevitabile la sconfitta di Dodik dopo che la sua coalizione "Sloga" si è frantumata, al punto che l'attuale governo non ha l'appoggio nemmeno del 30% dei deputati in parlamento e galleggia grazie alle pressioni della comunità internazionale che vuole evitare crisi fino al prossimo responso delle urne. Dall'altra parte l'Sds ha ottenuto un grosso successo nelle recenti elezioni amministrative e le previsioni dicono che ripeterà l'affermazione alle politiche di metà novembre. Anche perché il partito che venne fondato da Karadzic pare voglia rinunciare all'ideologia del fondatore e ripudiare lo stesso Kradzic dopo che nel suo vertice si è insediata una forte ala liberale. Tutto sommato, a differenza di quanto avviene nella Federazione croato-musulmana, che va a sinistra, nella Repubblica si va a destra.

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