La scelta di Podgorica

GIACOMO SCOTTI

La scelta di Podgorica
Conflitto aperto con Belgrado o rinuncia all'autonomia conquistata?
GIACOMO SCOTTI

Fra Belgrado e Podgorica tensioni sempre più gravi, dopo che la marina da guerra jugoslava ha contestato alla polizia di stato montenegrina il diritto di sorvegliare il confine marittimo sull'Adriatico e i confini sul lago di Scutari e sul fiume Bojana che segna la frontiera con l'Albania, accompagnando negli ultimi giorni la contestazione "teorica" con gravi azioni concrete (vedi articolo a fianco). La tensione sale anche ai valichi terrestri di confine e in varie località all'interno del Montenegro, sempre per incidenti fra militari e polizia. Ricordiamo che, non potendo mantenere un proprio esercito, il Montenegro ha trasformato in forza armata la polizia che conta 20.000 uomini (l'1,8 per cento degli abitanti).
Il Montenegro sta attraversando le più difficili prove della sua storia. Si trova in effetti a un bivio - affermano i sostenitori dei partiti autonomisti al governo, avversati dagli amici di Milosevic: o diventare una delle tante regioni della Serbia, e in tal caso la Jugoslavia si trasformerebbe nella Grande Serbia, oppure riconquistare quella posizione di stato autonomo che gli permise di aderire volontariamente alla federazione con la Serbia nel 1992. O addirittura optare per l'indipendenza riconquistando la plurisecolare sovranità di cui aveva goduto, primo in assoluto nei Balcani, prima come principato e poi come regno, fino al 1918.
La fase delle polemiche e dei conflitti verbali e politici fra Podgorica e Belgrado evidentemente è passata: ora si entra nella fase della soluzione definitiva. Per chi conosce la bellicosità del presidente jugoslavo Slobodan Milosevic, questa soluzione potrebbe essere nuovamente affidata alle armi. Di qui la necessità di evitare ad ogni costo la quinta guerra jugoslava, per la quale sono stati già sparsi nuovi semi con la recente modifica alla Costituzione federale voluta da Milosevic, che il Montenegro ritiene lesiva della propria autonomia e che in ogni caso ha provocato un profondo senso di frustrazione nell'orgoglioso "popolo delle cinque tribù".
La frustrazione si spiega richiamando pochi dati elementari: l'instabilità politica della federazione, aggravata dalla politica autoritaria di Milosevic, è dovuta al forte squilibrio esistente fra le due entità che la costituiscono. Da una parte una Serbia che, anche senza il Kosovo, resta pur sempre il più grande stato dell'ex Jugoslavia con 9 milioni e mezzo di abitanti su circa 80.000 kmq di superficie, dall'altra il montuoso Montenegro che al confronto è un nano con la sua superficie di 13.800 kmq (sei volte inferiore) e una popolazione di scarsi 700.000 abitanti ovvero 14 volte meno del "fratello maggiore".
Oggi il Montenegro, dopo aver fatto parte del Regno di Jugoslavia per 23 anni, subìto quattro anni di occupazione italo-tedesca ed esser stato per altri 47 anni una delle sei repubbliche della Federazione socialista jugoslava (in posizione paritetica) è venuto a trovarsi solo, piccolo e povero di risorse accanto a una Serbia che, nonostante la decadenza dovuta a dieci anni di guerra e sanzioni, è pur sempre un gigante rispetto al "fratello minore". Il cui vantaggio, e il cui tallone di Achille, è lo sbocco al mare. Finché il Montenegro resta nella Federazione, anche la Serbia ha il mare; se ne esce, la Serbia diventa un paese accerchiato, condizione che non accetterà mai. Di qui i pericoli di un ricorso alle armi.
Il governo montenegrino se ne rende conto e finora ha limitato lo scontro alla polemica politica. Ora però a far precipitare la situazione ha pensato Milosevic, che ha indetto per il 24 settembre le elezioni per la presidenza e il parlamento federali. Una decisione presa senza consultare Podgorica e contro la volontà del Montenegro, il cui governo può solo "prendere o lasciare".
Se prende, accetta una costituzione dichiarata illegale dal suo parlamento e regole elettorali che (oltre a garantire a Milosevic la presidenza a vita) concederebbero al Montenegro di mandare al parlamento federale solo una striminzita pattuglia di deputati, sommersi in un mare di deputati serbi; il parlamento federale, infine, cesserebbe d'essere espressione di pariteticità fra le due repubbliche. In altre parole - dicono a Podgorica - il Montenegro abdicherebbe alla dignità di stato per trasformarsi in una delle quattordici-quindici regioni della "Grande Serbia". Infine perderebbe le posizioni che è riuscito a conquistarsi negli ultimi 3-4 anni con la sua politica di accentuata autonomia da Belgrado.
Se invece, come Podgorica ha già deciso, rifiuta di partecipare al voto di fine settembre, rifiutando di accettare la nuova Costituzione, il Montenegro rischia seriamente di scontrarsi con uno degli eserciti più potenti e meglio armati dei Balcani; in alternativa, rischia la guerra civile. Ne sono consci i suoi stessi governanti. Da una parte si registrano le dichiarazioni del premier Filip Vujanovic, che ribadisce la decisione del boicottaggio delle elezioni richiamandosi alla "Risoluzione sulla tutela degli interessi del Montenegro e dei suoi cittadini" varata dal parlamento di Podgorica, che mette fuori legge ogni decisione delle autorità federali jugoslave; dall'altra il vicepremier (?)Dragan ...(?) afferma che "Milosevic farà di tutto per realizzare il suo sogno imperiale, anche a costo di provocare conflitti armati", per cui, preoccupato, dichiara che si farà tutto il possibile per non aggravare una "situazione delicata e già grave" nella quale si trova il paese. E tuttavia, aggiunge, "ci rifiutiamo di firmare la capitolazione".
C'è da chiedersi, a questo punto: il governo montenegrino vieterà l'apertura dei seggi elettorali sul proprio territorio? In che modo realizzerà il boicottaggio? Molto probabilmente, le autorità montenegrine organizzeranno prossimamente un referendum sul destino della repubblica: indipendenza sì o no. Ma in quale data? Lo stesso giorno delle elezioni? Proposte in tal senso ce ne sono e sono anche forti, ma sarebbe una provocazione pericolosa alla quale Milosevic non saprebbe resistere. Pericolosa anche perché qualche testa matta della Nato già propone di inviare truppe in Montenegro "per difenderne l'indipendenza" e già è stata messa in giro la sigla di "Mfor" per queste truppe da aggiungere a quelle presenti in Bosnia-Erzegovina e nel Kosovo.

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