Che lingua parla la televisione?

CASTELLINA LUCIANA

Che lingua parla la televisione?

LUCIANA CASTELLINA

N on molti mesi fa il presidente della Francia si è recato in Vietnam per convincere quel paese ad entrare a far parte della Comunità di lingua francese, che già conta Belgio, Canada, Svizzera, più un bel pezzo d'Africa. La presidenza dell'organismo, dotato di mezzi significativi, era stata nel frattempo offerta ad un disoccupato di lusso, l'appena liquidato segretario generale dell'Onu, Boutros Boutros Ghali che: in quanto copto, sebbene egiziano, poteva vantare qualche connessione con l'idioma dell'Esagono e appariva una splendida trovata per una Parigi desiderosa di dare prestigio internazionale alla Comunità. Sebbene in Indocina solo qualche ottuagenario parli ancora francese, Hanoi ha accettato di buon grado, in vista di qualche possibile vantaggio non linguistico.

La caccia per il reclutamento dei paesi più svariati alle diverse Comunità di idioma è aperta da tempo e spesso sembra interessi gli stati europei più della stessa Unione. Non si tratta di patetiche nostalgie imperiali o dell'ultima sortita ispirata al non debellato ultranazionalismo francese. Nell'epoca postindustriale i prodotti che contano sono quelli immateriali legati alla parola: il soft, l'audiovisivo. Già fra pochi anni, si sa, il settore comunicazione conterà più occupati di quello chimico o dell'auto. E' dunque naturale che la lingua diventi un bene prezioso, la base di una possibile forza sul mercato globale del terzo millennio; e chi ha più gente che parla la propria ha naturalmente più prospettiva. Fino ad oggi - e forse ormai per sempre - la supremazia dell'inglese ha dato agli Stati uniti (o gli Stati uniti all'inglese) l'egemonia che conosciamo. Ma proprio l'evidenza delle sempre maggiori implicazioni mercantili della parola ha indotto chi può a nuove reasistenze, tanto è vero che gli "ordinateurs" (come in Francia chiamano con ammirevole ostinazione i computer) parlano sempre più in lingua locale, e questo in misura crescente accade anche in altri paesi. Che non sono, naturalmente, tutti uguali rispetto al problema, chè anzi il potere delle lingue non sempre corrisponde a quello economico, anche se è sempre eco di un potere passato e ora annuncio di uno futuro.

Così la Spagna ha una Comunità linguistica assai più potente della Francia e come la Francia dedica ad essa attenzioni e risorse. E persino il piccolo, povero Portogallo conta ormai più dell'Italia potendo valutare a quasi 200 milioni le persone che appartengono al mondo lusitano, fra Brasile, Africa e le piccole enclaves asiatiche, una nicchia che Lisbona sta sfruttando benissimo in campo audiovisivo, come fra l'altro dimostra la ricchezza della tv del locale Berlusconi, Francisco Balsamao. Quanto ai tedeschi, a loro bastano già i "numeri" europei per essere una grande area linguistica, la Germania avendo un terzo di abitanti in più degli altri tre grandi, e potendo contare inoltre sull'Austria, gran parte della Svizzera e la colonia di fatto che il marco ha insediato ad est (nell'ultimo film di Kusturiza, Gatto bianco gatto nero, il traffico balcanico si fa tutto in moneta tedesca).

L'Italia in questo contesto è il paese messo peggio, al massimo potrebbe cercare di reimporre il latino come lingua ufficiale dell'Unione (ci aveva provato una volta Mario Capanna e ora una Comunità latina è stata persino creata, segretario generale Giuliano Soria, direttore del Premio Grinzane Cavour). Anche l'Italia ha comunque una propria, sia pure assai più piccola, nicchia: gli emigrati che, mentre nelle prime generazioni cercavano di far dimenticare le proprie origini, oggi, attraverso i nipoti, stanno rinnovando l'interesse per le proprie radici culturali. Un bisogno di identità che è reazione comune alla spersonalizzazione indotta dalla globalizzazione. E tuttavia l'attenzione dell'Italia a questa comunità si accende solo quando si intravede la possibilità di utilizzarla come riserva di voti, in nome di un preteso - questo sì davvero anacronistico - vincolo politico. Sul piano culturale, invece, c'è poco o niente: i nostri Istituti di cultura all'estero, nonostante direttori spesso eccellenti, sembrano - rispetto agli omologhi francesi o anche spagnoli - quelli di San Marino.

E ora scoppia un gran baccano su Rai International che sarebbe assai grave ove dovesse implicare la riduzione di una delle rare iniziative moderne intese a riconquistare alla cultura italiana una comunità spesso priva di punti di riferimento. Proprio la tv via satellite è infatti diventata lo strumento principale delle Comunità linguitiche. In Francia a Tv5, società a capitale pubblico nel cui consiglio siedono rappreesentanti di Francia, Belgio, Svizzera, Quebec, Canada, Senegal, Costa d'Avorio, Burkina Faso, il piccolo Belgio da solo contribuisce con 9 miliardi di lire l'anno. Per finanziare una propria prooduzione di cultura, fiction, telefilm e informazione; e ora si studia una rete tutta cinematografica. Per non parlare della potentissima Deutche Welle che, grazie all'appannaggio di 620 miliardi di lire e 1700 addetti fra Radio e Tv, arriva proprio dovunque. Quanto alla Gran Bretagna, a Bbc World devolve la bella cifra di 450 miliardi di lire.

Chi punta alla competitività sul mercato mondiale non considera queste voci spese ma investimento, avendo ben compreso che l'interesse non sta solo nell'esportazione dei prodotti della comunicazione in quanto tale (sebbene non si tratti di poco, visto che, per esempio, rappresentano la seconda voce dell'export statunitense), ma di tutte le merci in generale, che ormai ottengono la loro validazione assai più che per via della loro intrinseca qualità per via del messaggio mediatico che le accompagna, quello culturale appunto (cosa da tempo scoperta dagli americani, i quali sanno infatti che non avrebbero mai venduto tanta coca cola, jeans e timberland se la gente non avesse visto tanti loro film). Questa insistenza sul valore commerciale della cultura può disturbare. Ma occorre tener conto che non si tratta solo di aprire mercati alle nostre merci, ma anche - vista la delicatezza della merce in questione, cultura e informazione, cioè elementi fondanti dell'identità - di garantire un po' più di pluralismo nel mondo e di evitare di essere tutti Cnn dipendenti.

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