Pol Pot, ultimo atto Stavolta sul serio

PESCALI PIERGIORGIO

Pol Pot, ultimo atto Stavolta sul serio

PIERGIORGIO PESCALI - PHNOM PENH

L A SAGA di Pol Pot è forse giunta al capitolo finale. Dopo diverse morti annunciate, seguite da annunciate resurrezioni, dopo infinite speculazioni sul suo destino, si è chiuso un altro sipario su questa piece storica. Ma rispetto ai passati finali, quello descritto la scorsa settimana è senz'altro più che attendibile. Se non altro perché a raccontarlo è uno dei più esperti e credibili giornalisti che si occupano della Cambogia: Nate Thayer, corrispondente della Far Eastern Economic Review. Secondo quanto raccontato da Thayer, la fine di Saloth Sar è stata decretata dai suoi stessi ex compagni Khmer Rossi che, in un processo popolare a cui egli ha potuto assistere, lo hanno condannato all'ergastolo. La notizia, per la verità, era già stata annunciata dalla radio dei Khmer Rossi venerdì, ma non era giunta conferma da altre fonti. Il fatto che a lanciare lo scoop al mondo sia stata la France Presse, l'agenzia che proprio su Pol Pot aveva preso una clamorosa "bufala" annunciandone la morte due anni fa e che oggi è impegnata a ricrearsi un'immagine nella regione, rende il tutto ancora più credibile. Il processo sarà oggetto di un numero speciale della Far Eastern, correlato di fotografie scattate dallo stesso Thayer (e offere sul mercato, pare, a 100.000 dollari). In alcune, mostratemi domenica da Thayer, Pol Pot appare calmo anche se provato moralmente da quello che, secondo lui, è un vile voltafaccia di chi un tempo lo osannava.

Probabilmente molti qui a Phnom Penh e nel mondo politico internazionale avranno tirato un sospiro di sollievo nell'apprendere la notizia che l'ex leader non sarebbe comparso di fronte ad un "regolare" tribunale internazionale. L'inchiesta che ne sarebbe seguita avrebbe inevitabilmente svelato gravi responsabilità di quegli stessi elementi che oggi sbraitano contro i crimini commessi durante il periodo della Kampuchea democratica. Primi tra tutti Hun Sen e Chea Sim, due ex Khmer Rossi convolati tra le braccia del Vietnam, che oggi spadroneggiano e tiranneggiano il paese. Ma la stessa famiglia reale è coinvolta nell'opera di Pol Pot: Sihanouk è stato capo di stato di Kampuchea Democratica ed ha difeso all'Onu il seggio dei Khmer Rossi l'indomani dell'invasione vietnamita, mentre suo figlio Ranariddh ha tessuto legami con la dirigenza guerrigliera, oggi più stretti che mai. E che dire della Francia, il cui colonialismo si è dimostrato ottimo fertilizzante per la nascente guerriglia, o degli Stati uniti, la cui ottusa politica culminata con il colpo di stato di Lon Nol del 1970 ha spianato la strada al potere dei Khmer Rossi? Ed ancora la Thailandia, da sempre principale sostenitore finanziario di Pol Pot; e la Cina, fornitore di armi, completano solo la parte più evidente della rosa di complicità che un processo equo e giusto a Pol Pot dovrebbe coinvolgere. Ma un processo "equo e giusto" nei confronti di Saloth Sar non avrebbe mai potuto avvenire di fronte ad una corte internazionale. Un tribunale che avesse cercato di aprire un'analisi storica e politica risalendo ad uno ad uno tutti i gradini che hanno portato all'esperienza di Kampuchea democratica, sarebbe stato certamente accusato di volere proteggere il "nuovo Hitler".

In un contesto del genere, il processo di Anlong Veng non ha fatto altro che ricalcare ciò che sarebbe accaduto in una Corte internazionale. Pol Pot è il solo a pagare per crimini commessi e indotti da molti. Anche Ta Mok e Khieu Samphan, altri due dirigenti altamente invischiati nelle colpe del passato regime, sono riusciti ad uscire indenni dalla bufera che ha portato alla destituzione del "Fratello numero 1", mentre Ieng Sary, ex ministro degli esteri tra il 1975 ed il 1979, era già stato riabilitato da Hun Sen e Ranariddh lo scorso agosto.

Ma come mai proprio ora i Khmer Rrossi si sono decisi a spodestare e processare Pol Pot? Con la perdita della ricca regione di Pailin nel 1994, la guerriglia è stata messa alle corde: le ingenti masse valutarie risparmiate durante la quasi ventennale lotta armata, pur essendo cospicue, non potevano più essere rimpinguate con il controllo della sola regione di Anlong Veng. Inoltre le continue amnistie decretate dal governo di Phnom Penh, avevano pesantemente sfoltito i reparti militari. L'accordo tra Ranariddh e Khieu Samphan, seguito dall'ultimo rigurgito autoritario di Pol Pot con la sua destituzione, avevano condotto al putsch di Hun Sen, timoroso che l'alleanza e la crescente popolarità dei comunisti lo portassero ad una nuova disfatta elettorale. Ai Khmer Rossi e a Ranariddh, a questo punto, serviva una riabilitazione internazionale per continuare la loro opposizione, ed il processo ha assolto pienamente a questo compito. Il gruppo comunista si presenta in una veste più accettabile, con parecchi assi nella manica. Tra questi l'indiretto appoggio dell'Asean, che ha escluso la Cambogia tra il gruppo di nuovi paesi ammessi nell'Alleanza.

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