L'ultimo embargo

PESCALI PIERGIORGIO

L'ultimo embargo

I programmi di aiuti alimentari internazionali condizionati da mire politiche, quasi un embargo per costringere Pyongyang a trattare con Seul o rovesciare il regime. Ma molti pensano che ciò potrebbe essere ancora più pericoloso e provocare milioni di profughi

PIERGIORGIO PESCALI -

L E RISERVEalimentari in Nord Corea sono oramai esaurite e mancano anche le sementi per il prossimo raccolto. Lo stesso governo di Pyongyang ha annunciato che nel 1996 sono mancati 5,3 milioni di tonnellate di cereali, il doppio di quanto le agenzie internazionali avevano stimato.

"La Corea del nord potrà sfamare solo 12 dei suoi 24 milioni di abitanti", mi dicono all'ufficio del Programma alimentare mondiale (Pam) di Tokyo. "La razione di cereali nelle principali città sino a pochi mesi fa era di 400 grammi, oggi è solo di 100. E nelle campagne la situazione è ancora peggiore". Quanto cibo serve per sostenere i nordcoreani? "Duecentomila tonnellate, come minimo".

Ma alcuni rappresentanti della Caritas alzano la quota: un milione. E le ottocentomila tonnellate di differenza? E' il "premio" che Pyongyang riceverà dopo aver accettato il dialogo con la Corea del Sud sul trattato di pace.

Già, perché la carestia che sta facendo rischiare la vita a migliaia di persone in Nord Corea da fatto umanitario si è trasformata in un fatto politico. Una nuova forma di embargo che, come tutti le restrizioni economiche, si sta consumando ai danni di un popolo che ha la sola colpa di essere stato catalogato come nemico numero uno di turno dagli Stati uniti (lo erano già stati Viet Nam, Cambogia, Nicaragua, Iran, Libia, Iraq, Cuba).

Ma i paesi direttamente coinvolti nella situazione coreana, vale a dire Cina, Russia, Giappone e Sud Corea, non desiderano forzare troppo la mano. Un improvviso cambiamento ai vertici del governo di Pyongyang potrebbe spingere da 2 a 4 milioni di profughi sotto il 38mo parallelo, secondo le stime di Seul, minando l'establishment politico ed economico sudcoreano, già falcidiato dai numerosi scandali venuti a galla negli ultimi mesi. Meno coinvolte sarebbero Cina e Russia, mentre la penuria di imbarcazioni "proteggerebbe" il Giappone da un assalto di boat people (comunque si parla di 200.000 possibili arrivi).

E' proprio il Giappone che sembra il più propenso ad aprire un dialogo con il Nord. Nel marzo di quest'anno Shoichiro Toyoda, presidente della Keidanren, la corrispondente giapponese della Confindustria, ha scelto come suo vice il presidente della Ito-Yokado, Yoshifumi Suzuki, che si dice abbia stretti rapporti con i nordcoreani e per questo non è ben voluto negli ambienti conservatori imprenditoriali nipponici. Sul fronte politico, in maggio la deputata Akiko Domoto, assieme ad un gruppo di parlamentari, si è recata in Corea del Nord per rendersi conto di persona della situazione e preparare un programma di aiuti, sulla necessità dei quali nessuno dubita, specialmente dopo che le stesse ambasciate nordcoreane all'estero hanno subìto drastici tagli ai loro budgets.

Quella di Bangkok, ad esempio, che in occasione del compleanno di Kim Jong Il era solita pubblicare un intero inserto in suo onore su tutti i maggiori periodici thailandesi, quest'anno si è limitata a comprare una sola pagina di The Nation al prezzo scontato di 4.250 dollari, mentre a Phnom Penh è dovuto intervenire l'ex re cambogiano Sihanouk in persona per evitare che venisse tagliata la corrente elettrica all'ambasciata, insolvente da mesi nel pagare le bollette.

La Corea del Sud spera inoltre che gli aiuti dati a Pyongyang la inducano a rivedere almeno in parte gli accordi con Taiwan sullo stoccaggio in territorio nordcoreano di 200.000 contenitori di scorie a bassa radioattività provenienti dalle centrali nucleari dell'isola cinese, accordo che porterebbe nelle casse del governo di Kim Jong Il più di 200 milioni di dollari.

Ma se tutti, o quasi, sono d'accordo sull'invio di aiuti, divergenti sono le opinioni su come distribuirli. I "duri" dell'ala conservatrice del Congresso Usa, della Dieta giapponese e del Parlamento sudcoreano sono contrari ad ogni invio senza prima assicurarsi la mossa che dia scacco matto al governo nordcoreano. Kim Woon Keun, dell'Istituto Economico Rurale di Seoul, in un'articolo apparso sulla Far Eastern Economic Review, si dice convinto che la crisi che sta colpendo la Corea del Nord non sia il frutto del maltempo, quanto del sistema socialista. "Solamente mutando le basi di produzione e smantellando il collettivismo agricolo sarà possibile recuperare il terreno perduto in questi cinquant'anni", afferma l'economista, concludendo che secondo i calcoli dell'Istituto, Seul dovrebbe investire 330 milioni di dollari per il rinnovo dell'intero apparato agricolo. A sostenere la tesi propugnata da Woon Keun sono in molti e il portavoce del ministero degli esteri sudcoreano, Lee Kyu Hyung, rincara la dose: "I nostri aiuti alimentari rimarranno al livello minimo di sussistenza fino a quando il Nord non ridurrà la tensione militare sul 38mo parallelo". Resta però difficile immaginare che Pyongyang, costretta a chiudere le fabbriche per mancanza di olio combustibile ed economicamente prostrata, abbia ancora la forza e la volontà di attaccare Seul.

Un secondo gruppo di opinion leaders vorrebbe che fossero i governi occidentali, o al massimo le Ong a gestire la distribuzione degli aiuti. Secondo loro infatti vi sarebbe il pericolo che gli invii siano utilizzati per foraggiare le forze armate e l'apparato dirigenziale, mentre al popolo giungerebbero le briciole. Tale tesi è però stata smentita da un réportage apparso nel 1996 sul settimanale giapponese Aera, che ha riportato i risultati di un'inchiesta in cui la Corea del Nord veniva definita uno dei pochi paesi al mondo, se non l'unico, in cui gli aiuti donati venivano spartiti tra la popolazione senza disperdersi nei mille rivoli della corruzione.

E' a questa fiducia che si affida la terza fazione, quella più "aperturista", propensa a far gestire al governo la distribuzione sotto il controllo del Pam e delle Ong, le quali offrirebbero anche mezzi di trasporto con relativo carburante.

E mentre le trattative procedono,i nordcoreani continuano ad aspettare. Aspettare che qualcuno si ricordi anche di loro, che stanno vivendo quello che Michael Ross, del Pam di New York, ha definito essere "il disastro umano più politicizzato della storia".

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