Ilgrande ritorno degli Habaneri

LORRAI MARCELLO

Ilgrande ritorno degli Habaneri

A Milano, preceduta da Jose Alberto El Canario, una splendida esibizione della guarachera del mundo, tra Obladì Obladà e Bamboleo. E' solo l'inizio di una pacifica invasione, con Charanga Habanera, Los Van Van, El medico de la salsa e molti altri in giro per i festival

MARCELLO LORRAI - MILANO

E' PIOVUTO abbondantemente e il pubblico sta con i piedi nelle pozzanghere che si sono formate davanti al palco di Latino Americando, consolidato riferimento latinoamericano dell'estate milanese. La pioggia potrebbe ricominciare a cadere da un momento all'altro e magari impedire di assistere all'atteso concerto di Celia Cruz. Ma, salito sul palco alle dieci e mezzo, José Alberto "El Canario" non risparmia un'ora tonda di esibizione. Nato a Santo Domingo e cresciuto a Porto Rico, stellina quarantenne della musica latina, El Canario deve il suo soprannome alla sua abilità nel fischiare: mentre fischia accompagna la sua virtuosistica performance atteggiando le mani come se stesse suonando un flauto. Peccato che come cantante sia mediocre, e come intrattenitore legnoso; formata da portoricani, dominicani, venezuelani, l'orchestra lo sostiene piuttosto meccanicamente.

Quando dopo una congrua pausa a mezzanotte entra in scena la "guarachera del mundo", la "reina de la salsa", l'orchestra è la stessa, e, certo, non è un'orchestra cubana e si sente, ma suona già molto diversa. Tanto El Canario era stucchevole, tanto lei è disinvolta: si presenta come d'abitudine con una mise sberluccicante come un albero di natale, sulla testa porta una parrucca bionda che non passa inosservata, parla a raffica con la micidiale parlantina cubana, scherza, sghignazza, apre sorrisi che sono un'epitome di sfacciataggine, ironia, sensualità del suo paese d'origine.

Comincia con un Obladì Obladà in salsa latina, passa attraverso Bamboleo, e a forza di "azucar!" tira l'una come niente. Classe 1924, Celia Cruz compirà settantatré anni nel prossimo ottobre: etichettata da qualcuno come la Sarah Vaughan della musica latinoamericana, stona ormai abbondantemente, ma come verve ci sarebbe da farci la firma: del resto dichiara che fino a quando le resterà la voce ha intenzione di continuare a cantare e a girare il mondo, cosa che del resto aveva già largamente cominciato a fare prima di trasferirsi senza indugio negli Stati uniti nel '60, nel momento in cui la rivoluzione dei barbudos era ancora neonata. Quando gli anni cinquanta volgono al termine e Fidel Castro entra all'Avana liberata, lei ha già preso il primo disco d'oro in America e ha avuto a che fare con personaggi come Tito Puente, Perez Prado, Machito: la sua carriera è continuata senza sosta, e Celia Cruz ha fatto in tempo a incidere con i Fabulosos Cedillacs, con David Byrne, e a comparire nel film The Mambo Kings.

Quest'estate l'Europa è invasa da complessi e artisti cubani, fenomeno che, intrecciato con quello della attuale moda di Cuba, fa il paio con l'intensissima valorizzazione discografica della più grande isola dei Caraibi, a cui si assiste già da qualche anno e che non accenna affatto a rallentare, anzi.

Al festival latinoamericano di Milano si è ascoltata anche Charanga Habanera. Qualche anno fa all'Avana era un'orchestra molto più gustosa, che non da oggi ha però scelto un aggiornamento che l'ha impoverita e resa più corriva: pezzi cantilenanti un po' tutti uguali, secondo una voga dilagante nell'ultima musica cubana, con reiterazione quasi sloganistica di frasi lanciate al pubblico, sorta di adeguamento in chiave cubana all'odierno gusto sensibile al rap.

Il tutto a scapito dei fiati, avviliti essenzialmente al ruolo di riff e riempitivo, con riduzione ai minimi termini di arrangiamenti e melodia, e risalto ad una front-line di giovanotti che si alternano a scandire i testi e in acrobazie e trovare ginnico-gestuali. E' un'involuzione a cui non è estranea, a giudicare da un concerto milanese di un anno fa, neppure una formazione come Ng La Banda, che tre-quattro anni fa spopolava fra i giovani dei quartieri neri e proletari dell'Avana, e che pure allora era straordinaria per la sua qualità musicale, in parte derivante da una forte matrice jazzistica. E' stata proprio Ng La Banda, con il suo realismo non sempre esente da una punta di volgarità, a fare da battistrada a formazioni come Charanga Habanera e Manolin El medico de la salsa, in cui più recentemente si sono riconosciuti i giovani habaneri. Se in una canzone Charanga Habanera, in bilico, come spesso Cuba, fra amarezza e vitalismo, suggerisce alle ragazze di trovarsi qualcuno, probabilmente uno straniero, non troppo giovane ma non troppo vecchio, in maniera che oltre ad essere mantenute possano essere anche "intrattenute", in un'altra Manolin celebra il mal d'amore e non solo d'amore di un giovane cubano a cui l'amata ha preferito un più facoltoso italiano, e a lui non resta che chiamarla, a Roma, con una telefonata intercontinentale: ovviamente a carico del destinatario. Già ascoltato in Italia quest'anno, Manolin è ormai subito di ritorno e sarà anche lui nei prossimi giorni alla rassegna milanese (e 19,20 e 21 luglio a Roma).

Latino Americando (che si sposta poi a Viareggio e in agosto a Verona) segnala non solo per la ricca proposta musicale a prezzi decisamente popolari, ma come microcosmo latinoamericano che offre ristoranti, artigianato e cultura, e soprattutto per la presenza di un numeroso pubblico realmente multietnico. All'interno del quale a Milano spicca per quantità, vivacità e spirito musicalmente panamericano la comunità peruviana.

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