Non ci sono solo i secessionisti

CACCIARI PAOLO

Non ci sono solo i secessionisti

PAOLO CACCIARI -

S ONO ANDATI in molti, giovani e non solo, di fronte al tribunale di Mestre, semplicemente perché scandalizzati di come erano andate le cose alla prima udienza (trasformata in un happening pro-Serenissimi) e per far notare ai molti osservatori improvvisati del fenomeno veneto che non esistono solo coloro che solidarizzano. E hanno fatto bene. Così come l'anno scorso, il 15 settembre, mentre Bossi svuotava le ampolle del Po in laguna, si erano ritrovati "sotto mille bandiere" in Piazza San Marco e poi nella città blindata, semplicemente per difenderne l'agibilità democratica.

Ciò che sta rendendo insopportabile ai non leghisti essere veneti è Gad Lerner, Il Gazzettino, i libri come "Schei"... è la continua apologia di un modello economico e sociale cui tutto è dovuto (i ritmi di lavoro, la distruzione delle risorse naturali, lo smantellamento degli stessi presìdi assistenziali messi in piedi dalla vecchia Dc), compreso l'imbarbarimento progressivo e molecolare dei rapporti sociali, interpersonali, a cominciare dalle micro-aziende, dai paesi dell'economia diffusa, dalla neo-borghesia delle città.

Ciò che spesso non si capisce fuori da qui è che le vera pericolosità del messaggio leghista (che fin dal suo nascere, come ci spiegò anni fa Vittorio Moioli, è intrinsecamente secessionista) non sta nell'annuncio del separatismo, ma nella sua pratica quotidiana. La risposta dello stato è qui che deve manifestarsi, prima ancora che nella Bicamerale e men che meno nei tribunali. Ci dica Visco: è vero o no quel che dicono ai quattro venti i dirigenti del Life, e cioè che ai loro associati la Guardia di finanza non fa più visite? Ci dica il Presidente della Camera se la legge della Lega sul reclutamento su base regionale degli insegnanti è costituzionalmente ricevibile. Sa immaginare il ministro Berlinguer quale può essere il rapporto tra insegnante e alunno in alcune classi del Veneto? Ci dica Napolitano se sono consentiti, i corpi di vigilantes di giorno nei centri storici e nelle spiagge e, di notte, le ronde. Ci dica il ministro Treu se il contratto con cui alla GeB di Rovigo le operaie vengono schiavizzate corrisponde al suo concetto di "flessibilità". Ci dica Rosi Bindi se la proposta di schedatura sanitaria delle prostitute extracomunitarie è ammissibile.

Insomma, voglio dire che nel Veneto vi sarebbe bisogno, da parte delle forze politiche democratiche e specialmente da quelle che governano, di una risposta politica davvero alta e profonda, capace di imbrigliare e dare un senso diverso, di civilizzazione, alla crescita selvaggia dell'economia del nord-est. Altro che lauree honoris causa ai nuovi capitani d'azienda, e offerte di ministeri a chi ha teorizzato e praticato le magnifiche sorti dell'americanizzazione casereccia degli stili di produzione e di vita, e che si ritrovano oggi a tagliar fuori dai loro cicli produttivi qualche decina di migliaia di "contoterzisti", o a condannare a lavori dequalificati e privi di qualsiasi prospettiva intere generazioni di giovani sotto-scolarizzati, o che costringono uomini e donne ai lavori forzati in catene più massacranti di prima, notti, sabati e domeniche compresi.

Chi viene da Roma?

Distinguere questo Veneto dalla Lega, e la Lega dalla Liga, e la Liga dai Serenissimi, e i gruppi revanscisti dai gruppi paramilitari, e questi da... dalla destra xenofoba, etno-fascista, iper e neoliberista, è interessante e necessario, ma rischia di non cogliere l'essenza del problema. Il formarsi di un blocco interclassista, con basi di massa, con costruzioni simboliche e miti, con variegati gruppi dirigenti e, soprattutto, del tutto funzionale al suo compito: tenere lontana dai luoghi della produzione ogni possibile conflittualità. Non c'è nel nord-est una Confindustria buona, fedele all'Italia, e un'altra arrabbiata e secessionista. C'è piuttosto una lotta in corso sulla spartizione degli utili provenienti dalle esportazioni vertiginose e dal super-sfruttamento di salariati, autonomi di seconda e successive generazioni, immigrati. Una sinistra che non vede e non rappresenta le sofferenze della sua parte rischia di consegnare ad altri parti di sé. La reazione disordinata, esposta alle provocazioni, di una Questura che non ha ancora capito che il pericolo maggiore per lo Stato (per nostra sfortuna) non viene dai centri sociali autogestiti, è un buon inizio. Chissà se la prossima volta nel Veneto, da Roma, non verrà solo Taradash.

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