L'astuta "morte" del capo dei Khmer rossi

PESCALI PIERGIORGIO

L'astuta "morte" del capo dei Khmer rossi

"E' vivo e continua a condurre vita privata nelle zone liberate". A 48 ore dalla notizia della fine del dittatore, il comandante in capo della regione di Pallin, conferma lo scetticismo di Washington e Pechino: Pol Pot sarebbe malato ma vivo

- PIERGIORGIO PESCALI

P OL POT non è morto. Non ancora. Dopo la serie di conferme sulla sua scomparsa susseguitesi per tutta la giornata di giovedì, ieri Washington, che al pari di Pechino non ha mai avallato la tesi della morte, ha affermato che il leader dei Khmer Rossi sarebbe sì, malato di malaria, ma non avrebbe ancora esalato l'ultimo respiro. A riguardo la radio dei Khmer Rossi non ha trasmesso per tutta la giornata di ieri alcun comunicato, continuando a seguire il palinsesto usuale: dibattiti, canzoni rivoluzionarie, cronache della vita nei villaggi di Kampuchea Democratica, interviste e messaggi cifrati alle unità militari e politiche dislocate sul territorio cambogiano. Il vice comandante della 320ma divisione, lo stesso che secondo France Presse si sarebbe diretto alle esequie di Pol Pot, non è stato ancora contattato e nessuno degli altri dirigenti comunisti si è sbilanciato in dichiarazioni. Mentre il comandante in capo delle forze Khmer Rosse della regione di Pallin, che solo ieri è stato possibile raggiungere telefonicamente in Thailandia, ha testualmente detto che "Pol Pot è vivo e continua a condurre vita privata nelle zone liberate assieme alla sua famiglia".

A Phnom Penh, dopo alcune ore di euforia politica, l'atmosfera si è fatta tesa e cupa. Se giovedì tutti i principali oppositori dei Khmer Rossi rilasciavano dichiarazioni a profusione, ora nessuno è rintracciabile: i telefoni sono staccati o suonano a vuoto, molte delle lussuose ville della capitale, residenze di politici e uomini d'affari, sono chiuse o abitate solo dalla servitù. I più acuti osservatori si chiedono ora se l'imbeccata dell'improvvisa morte di Pol Pot sia stata data appositamente dagli stessi Khmer Rossi per svelare una volta per tutte chi, tra i politici di Phnom Penh, sia contrario o favorevole ad una loro eventuale partecipazione al governo. Nel lasso di tempo in cui la scomparsa di Pol Pot era data per certa, infatti, tra i dirigenti che si dicevano rallegrati e sollevati da questo avvenimento, si sono annoverati uomini creduti per molto tempo filo-khmer Rossi.

Se così stano le cose, nei prossimi giorni assisteremo ad una vera rivoluzione nell'Assemblea Nazionale cambogiana, già dilaniata da faide interne. Ne uscirà sicuramente rafforzata l'ala sinistra del Partito del Popolo, l'ex Partito Comunista filovietnamita, ala in cui militano i cosiddetti "puristi", i più fieri sostenitori dell'entrata al governo dei Khmer Rossi che, al contrario di molti altri loro colleghi, non hanno rilasciato dichiarazioni compromettenti. Il Funcipec del co primo ministro Ranarridh Sihanouk, figlio del Principe Sihanouk che, anticipando i tempi, si era "congratulato" per la morte di Pol Pot, dovrà attendersi un periodo assai tormentato. Oltre a dover rendere conto delle parole poco diplomatiche del padre, infatti, dovrà anche rivedere tutta la dirigenza del Funcipec, dalle cui file si sono svelati più numerosi doppiogiochisti. Una buona notizia, questa per Sam Raingsy, forse il politico più stimato di tutta la classe dirigente cambogiana, espulso dal Funcipec e dal parlamento per aver accusato di corruzione il governo.

Poco credibile, almeno stando alle fonti accessibili in queste ore, appare invece la tesi secondo cui la notizia della morte del leader sarebbe frutto di una lotta interna tra le diverse fazioni comuniste. "I Khmer Rossi sono uniti sia dal punto di vista ideologico che politico. Inoltre il compagno Pol da anni non fa parte della dirigenza del Partito di Kampuchea Democratica. Una sua eventuale morte sarebbe una grossa perdita affettiva per noi, ma non influirebbe minimamente sul futuro delle nostre azioni" mi ha detto da Trat, in Thailandia. Chea Phim, portavoce dei Khmer Rossi della Zona sud-ovest. Questa dichiarazione sarebbe avallata anche da fonti occidentali, secondo cui Pol Pot si sarebbe ormai messo ai margini della vita politica.

Pol Pot, quindi, non è morto, non governa, non ha ministri nel governo, ma se un uomo che vive nella fitta foresta e non detiene alcun potere riesce a infliggere al cuore della vita politica del Paese un colpo così devastante, occorre chiedersi quale sia il reale valore dei politici che oggi governano a Phnom Penh.

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